Diario di un giorno e di una notte tra amicizia e fango

PLAYA DE LOS DOS MARICONES (Y DEL PINCHE PERRO)

Lupo è tutto infangato.
Tranquillo.

Lui, bellissimo cane bianco, è ridotto a un grumo marrone.
E mi guarda sereno.
La macchina pure è nel fango.
Ha fatto plof ed è finita in una sorta di valle del mistero fangoso. Tutto attorno è terreno duro ma lì, due metri dopo, una pozza invisibile di fango maledetto.

Adriano voleva fare una foto al suo fuoristrada sulla punta di questa spiaggia sconosciuta, all’interno (molto all’interno) di Bahia Magdalena, a metà strada tra Adolfo Lopez Mateos e Puerto San Carlos, Baja California Sur, Messico.
Si rende subito conto che siamo nei casini, ma io, misteriosamente, sono tranquillo.
Ho l’aereo tra due giorni, alla disperata faccio 20 km a piedi e torno a Adolfo Lopez Mateos per chiedere aiuto.
Scaviamo, mettiamo pietre, legno sotto le ruote. Adriano prova la tecnica del trave legato al mozzo della ruota. Tutto inutile, si infanga sempre di più.
«Se alle tre non siamo fuori chiamiamo aiuto» mi dice.
Magia della buona sorte i telefoni prendono.
Alle tre non siamo fuori e iniziamo a chiamare.

Chiamo il mio amico tassista di La Paz e Mel mi da un contatto a Puerto San Carlos, ma non risponde.
Allora chiamiamo i lancheros di Aquendi, una compagnia di barcaioli di Adolfo Lopez Mateos che ci danno un altro numero.

Spieghiamo dove siamo e mandiamo il punto GPS al numero di cellulare indicatoci. «Ok, conosco la zona come le mie tasche» ci risponde l’uomo all’altro capo del telefono.
«En que playa son?» ci domanda. In quale spiaggia siete.
Gli diciamo che la spiaggia è sconosciuta perché non è nelle mappe.
«Imposible, yo conozco todo aqui». Impossibile, conosco tutto qui.
«Guarda il punto GPS che ti abbiamo mandato sul cellulare».
«Ok, ho capito dove siete».
Mettendo il punto su google maps, in poco ci raggiungeranno e ci tireranno fuori, penso io. Ci vorrà meno di un’ora da Adolfo Lopez Mateos.

 

 «Se vengono con un pick up col cazzo che usciamo!» sottolinea Adriano.
Dopo un paio d’ore e un paio di chiamate il tizio dice di non riuscire a trovarci, che alcuni altri locali però hanno visto passare una Jeep, per cui di sicuro siamo noi e siamo in una playa conosciuta che raggiungerà molto presto, ci tranquillizza.
«Impossibile» rispondiamo, da quando abbiamo lasciato Adolfo Lopez Mateos non abbiamo incontrato nessuno.
«Ok fate un fuoco» ci dice «mi guiderà il fumo».
«Ma hai il punto GPS che ci hai chiesto, mettilo nel tuo navigatore».
«Ok.»

Siamo su una spiaggia sconosciuta della laguna delle mangrovie che si affaccia per qualche centinaio di chilometri sulla Bahia dove ogni anno, da Gennaio a fine Marzo, arrivano le balene grigie.
«Allora sei riuscito a mettere il GPS?», chiediamo alla telefonata successiva.
«Non vedo il fumo, sono vicino però.»
Facciamo un altro fuoco.
Bruciamo l’imbruciabile, ma il forte vento spinge il poco fumo rasoterra.

Sforzo inutile.
Passano le ore. E’ febbraio. Non sarà una notte calda.
Prepariamo le tende.
E’ buio quando finalmente arriva un pick up, con due messicani a bordo.

Uno è il genio che ci ha chiesto il punto GPS. Gli vogliamo bene, ma non ricordiamo il suo nome. Adriano lo ha salvato nella rubrica con un altro nome irriferibile, acronimo DP.
Guardo Adriano, capisco il suo sguardo. «Per tirarvi fuori ci vuole un Hummer».
Al primo tentativo la corda portata dai nostri soccorritori si spezza, troppo sottile.
La raddoppiano, triplicano, quadruplicano. Il pick up deve avvicinarsi.

Al secondo tentativo si spacca tutta la corda e il pick up quasi non esce dal fango.
Il nostro soccorritore sorridendo ci dice che non era mai stato in questo posto, nonostante per tutta la vita abbia percorso in lungo e in largo la zona delle mangrovie.
«Es la playa de los dos maricones», scherzo io. «E’ la spiaggia dei due omosessuali», perché questo dobbiamo sembrare ai nostri soccorritori, persi in un luogo così isolato, fuori dal mondo (Maricon in realtà è un insulto molto pesante qui, ma se utilizzato in modo scherzoso è accettabile).

«Y del pinche perro» aggiunge Adriano. «Del dannato cane». Pinche è una altra parolaccia che letteralmente significa sguattero, ma nello spagnolo messicano equivale a maldito. E’ utilizzato in maniera diffusissima come rafforzativo di insulto. Se volete insultare una persona fortemente, usate un appellativo poco carino e dategli grinta con pinche. Es.: Pinche ratero! Maledetto ladro! Il top si raggiunge con pinche pendejo, ma qui inizierebbe una divagazione interminabile, per cui torniamo a noi.
«Es la playa de los dos maricones y del pinche perro».
Sorridono.

Adriano, ingenuamente, chiede a DP perché ci hanno messo tanto ad arrivare se aveva il punto GPS.
L’uomo confessa di non avere il suddetto strumento tecnologico. Ci mostra il suo cellulare, un vecchio modello senza internet. Solo chiamate, ci dice sorridendo.
Ci guardiamo con Adriano, impossibile incazzarsi, siamo in Messico, profondo Messico.
Ci spiega che il numero al quale abbiamo mandato il GPS è lo smartphone di sua figlia, che gli ha fatto vedere su google maps la posizione.
Lui, sicuro di aver capito dove eravamo, è partito, per poi rendersi conto che non aveva idea di dove fossimo.

 

Siamo stati fortunati.
Organizzano un altro tentativo per tirare fuori la Toyota color vinaccia di Adriano.
DP riceve una telefonata. Capiamo che è sua moglie piuttosto incazzata perché non sa dove sia finito.
Le dice che è colpa di due maricones italiani che avevano bisogno di aiuto.
Ci guardiamo con Adriano. Tutto ciò è meraviglioso.

Anche il terzo tentativo fallisce sul nascere e DP non intende rischiare di passare la notte lontano dalla moglie, in balia di due maricones e di un pinche perro. Lupo, un fottuto cane bianco bravissimo che tutto controlla senza mai perderti di vista.
Vai a fare la pipì… e lui ti segue da lontano facendo finta di nulla, rispettoso della tua privacy.
Lo ammiro, orgoglioso di condividere con lui questa avventura.
Torniamo domani ci dicono.
Almeno sanno dove siamo.

Guardo Adriano e vedo un po’ di “imbarazzo”, come se fosse colpa sua. Lui così esperto, finito infangato.
Io non la penso così, mi stupisco di non essere né arrabbiato per quella che potrebbe considerarsi una leggerezza (che non è), né per la situazione. Vivo quello che sta capitando e veramente questo  è contrario al mio carattere, che vuole tutto e subito. La soluzione immediata costi quel che costi.
Questa volta non sarà così, ci sarà ancora da aspettare, ma sono insieme a una persona di quelle con cui sin dalla prima chiacchierata entri in sintonia al 100%.

Accendiamo il fuoco, “cuciniamo” due sandwich e ci sediamo vicini.
Il fuoco (con un po’ di tequila nella gamella), scalda i pensieri e le anime.
E ce la raccontiamo.
Come due vecchi amici, saltiamo tutti i preamboli di chi si racconta la vita a 50 anni, saltiamo le cose sapute e risapute.
E mi racconta di quando suo padre ha chiesto di mettergli internet.
La settimana dopo lo chiama per andare a togliergli internet. Gli dice: «Adrià ce sta no stronzo che me scrive dall’America tutti i giorni più volte e che non me risponne mai».

Adriano inizia a ridere raccontandomi che suo padre, esperto radioamatore, di quelli che con il baracchino comunicavano con tutto il mondo prima dell’avvento di internet, si era iscritto a una mail list della CNN e riceveva così numerosi aggiornamenti quotidiani sulla sua casella di posta elettronica.

Da corretto radioamatore, sentiva suo preciso dovere rispondere a quelle decine di email giornaliere sino a che, esasperato, inizia a insultare quegli stronzi che non solo non smettono di mandare email con notizie da lui non richieste e delle quali «nun me ne frega un cazzo», ma soprattutto contravvengono al codice del radioamatore che prevede di rispondere ai contatti.
«Impossibile spiegare a mio padre che cosa è una mailing list, ti dico solo che leggendo le sue risposte mi son pisciato addosso dal ridere» mi dice Adriano.

Mio padre rispondeva precisamente a ciascuna notizia ricevuta…«ma che ne frega a me se Clinton è andato a Washington».. e così via, per ognuna, dico ognuna, delle notizie.
Adriano mi dice che ha contato circa un centinaio di risposte di suo padre.
Trattengo a stento le lacrime dal ridere.
E ce la raccontiamo ancora.

Guardiamo il tappeto di stelle, Lupo accucciato vicino alle tende, il fuoco che borbotta.
E chi l’avrebbe detto che avrei passato un giorno come questo?
Che cos’è? Che mi sta capitando?
Avventura?
Conoscenza?
So solo che è bellissimo.
E ce la raccontiamo ancora.

A volte in tre ore conosci meglio una persona che in 3 anni. E’ la magia delle situazioni imprevedibili, chiaro, ma è anche la magia di incontrare persone speciali. Che fortuna.

Adriano sa raccontare e ascolta e dai racconti di uno parte il racconto dell’altro. Di mio padre che ha passato gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle, che studiava con la stufa fra le gambe e faceva palle di giornale bagnate e poi pressate ed asciugate da utilizzare al posto del carbone. Di quando mio padre ormai anziano, e messi a posto i tre figli, ha finalmente avuto i mezzi per viaggiare ma la salute non lo ha assistito per godersi i viaggi che avrebbe voluto fare.
«Andrea, quelli in viaggi sono soldi sempre ben spesi» mi ha detto una volta.
Non l’ho mai dimenticato.

Ci sono frasi dei genitori o passioni che si ereditano che alla loro morte diventano una missione di vita o un ideale da perseguire.

La mia compagna ama la montagna. Ci andava con suo padre, scomparso troppo giovane per un male incurabile al cervello.

Ogni volta che lei va, porta un ricordo di quello che è stato, di quello che avrebbe potuto essere, di quello che non è stato. Tutto insieme.
Bon, è l’ora di andare in tenda.

Mi addormento facile, c’è Lupo fuori e credo che non ci sia anima viva qui intorno, forse qualche coyote. Ma c’è Lupo. E poi vorrei vederlo il coyote, il buffo Cane-Volpe frequenta questi luoghi ed è del tutto innocuo per l’uomo. Mi addormento nella natura, pensando alla natura.

Mi sveglio presto. Logico, sono andato a dormire presto.
Una nebbia sottile avvolge tutto.
Mi preoccupo. Come ci troveranno?
«E’ normale» dice Adriano «di questa stagione. In un paio d’ore si alza.»
Cammino fotografando questa natura fatta di arbusti, cactus e insetti.
Lupo mi segue.

Due ore dopo si alza l’alba e la luce è meravigliosa per qualche minuto.
Sto fotografando il rosa riflesso quando da lontano vedo un carrarmato, qualcosa di grosso.
Si avvicina. Non è solo, c’è anche un pickup.
E’ DP!

Ha chiamato l’esercito che ha in dotazione l’Hummer.
Come sempre aveva ragione Adriano.
In men che non si dica, legano una corda enorme al nostro fuoristrada color vinaccia e lo trascinano di peso fuori dai guai.

Io ho il mio da fare per trattenere Lupo e tento di tranquillizzarlo.
Tanto trambusto per poi finire così rapido.

E’ quasi uno shock. Saliamo in macchina e ci riavviamo.
E il nostro racconto termina qui.
Quando lo raccontiamo ad altri vedo che mai si potrà far capire quanto sia stato meraviglioso, ma vale sicuramente la pena di provarci.

 

Andrea  Izziotti

www.andreaizzotti.it

Bahia Magdalena, Febbraio 2017

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